Fabia malvagia


biblio4di Maria Pia Ammirati

Certo, me l’aspettavo. Parlo del dolore alle viscere. Me l’aspettavo e pure di peggio. Per questo non mi sono accorta che stava per uscire. Di là, nel salotto, c’era mia madre che trafficava coi suoi santini: aveva aggiunto alla sua collezione san Osvaldo, che la sua amica Maria aveva portato dalla gita a Montecatini. Lei aveva questa fissa dei santini, una scatola piena di santi lasciati alla rinfusa. A me aveva regalato san Giuda che porta bene. Lei non si era accorta di niente perché ero sempre stata grassa, grassissima e la mia pancia, che cresceva da mesi, per lei era una cosa normale. Parlava coi santini quasi tutto il giorno e diceva che la notte li sognava. Nessuno lo doveva sapere se no tutto il progetto se ne andava in fumo. Allora un mese prima avevo fatto finta di fare una ricerca e mi ero presa in prestito l’enciclopedia medica del padre di Debora. Per non far capire niente a Debora, che è la più furba delle mie amiche, avevo preso due volumi, quello con la “c” e quello con la “g” per vedere ”gravidanza”. Ma avevo dovuto chiederle anche la “p” perché nella “g” il parto non c’era. Mi ero fatta un riassunto su un foglio di tutto quello che dovevo fare e avevo comprato in farmacia due garze larghe, un disinfettante, un antibiotico, un laccio emostatico. Ai farmacisti era sembrato strano che prendevo il laccio e per far finta di niente ho chiesto degli assorbenti. Una cosa l’avevo scordata, un paio di forbici sterili. Ma poi avevo bruciato sulla fiamma quelle che mamma usa per il pollo. Avevo chiuso tutto dentro una busta bianca che avevo disinfettato con l’alcol. La cosa più importante a cui dovevo stare attenta era l’acqua. Se mi sentivo l’acqua tra le gambe dovevo preparare tutto. Anche il libro con la “g”era stato utile, perché avevo potuto calcolare le settimane e ora i conti tornavano. Zio Luigi era rimasto da noi sei giorni prima di Natale: 19, 20, 21, 22, 23, 24, ed era venuto nel mio letto due volte, il giorno dopo che era arrivato e il giorno prima di andarsene; io l’ultima volta le mestruazioni le avevo viste il giorno dell’Immacolata, così il calcolo del nono mese doveva finire tra l’11 e il 14 settembre. E quel giorno era il 12. Non portavo le calze e l’acqua era scesa nelle pantofole. Per sentire come stavano le cose misi una mano tra le gambe e sentii che ero così larga che dentro c’entravano tutte le dita. Mi dovevo preparare subito. Sotto il letto avevo la busta, tre asciugamani bianchi del corredo di mamma, la coperta e i fazzoletti di carta. Volevo farmi una camomilla per il dolore e allora tutta bagnata sono andata in cucina. Mamma mi ha vista passare e mi ha chiesto un bicchiere d’acqua, io per fare finta di niente ho lasciato in bagno la busta e ho preso l’acqua dal frigo perché mamma così la vuole. Siccome stava guardando un santino con la lente di ingrandimento, non ha visto che mi colava l’acqua lungo le gambe. Mentre mi facevo la camomilla ho visto il sangue scendere giù e ho capito che non c’era più tempo, ho spento il gas e sono andata in bagno. La pancia mi faceva veramente male. Tanto che mi veniva da gridare. Ho steso la coperta per terra e mi sono messa i cuscini dietro le spalle e ho aperto la busta. Sui fazzolettini aperti ho messo la forbice, le garze e il laccio. Ci avevo gli appunti vicino e cercavo di leggerli per fare tutto bene e veloce. Se mamma voleva il bagno erano casini. Ma mi faceva troppo male tutto e allora mi sono alzata per prendere l’aspirina. Ne ho prese due insieme. Non ce la facevo più e facendo forza sul cuscino mi sono messa a spingere anche con le mani sulla pancia, perché nell’enciclopedia c’era scritto che se non vuole uscire si può premere molto forte per fargli prendere la posizione. Spingevo, spingevo e non voleva uscire. Mi ero fatta la cacca addosso e sugli asciugamani, e quello non voleva uscire. Allora, non ce la facevo più e avevo paura di mamma, ho messo le mani dentro e ho sentito che la testa era vicina, allora l’ho tirato, all’inizio piano piano perché sapevo che la testa è delicata per via della fontanella. Poi c’ho fatto l’abitudine perché lo sentivo resistente e forte, infatti ho capito che era maschio, e me lo sono proprio tirato da dentro. La cosa più schifosa è che uscendo si è sporcato di merda, per il resto sembrava tutto normale ce l’avevo tutto in mano sporco e nero, caldo che faceva senso. Però aveva gli occhi chiusi e sembrava morto. L’ho posato sulla coperta vicino a me e con le forbici ho tagliato il cordone. Non so se ha sentito qualcosa, io non sentivo più niente tanto mi faceva male tutto. Lo dovevo lavare, pure se era morto lo dovevo lavare, ma mi sentivo così stanca che sono svenuta. Mi sono svegliata che piangeva. Madonna che paura mentre mamma era di là e lui piangeva. L’ho attaccato al seno per farlo bere, l’ho lavato veloce veloce nel lavandino, l’ho avvolto nell’asciugamano bianco di mamma e l’ho appoggiato che dormiva sulla bilancia. Dovevo pulire il bagno ridotto una schifezza. Forse le aspirine avevano fatto effetto, perché mi sentivo meglio. La coperta non si poteva più lavare, puzzava troppo. Ho chiuso tutto nella busta di plastica, ho lavato il sangue dalle mattonelle e mi sono cambiata. Le pantofole pure si erano inzuppate di sangue: ho riaperto la busta e ci ho messo pure quelle. Potevo uscire e buttare tutto. Mamma stava ancora nella camera da pranzo con la televisione accesa, forse per questo non aveva sentito niente. Prima di andare avevo preso anche la busta della spazzatura per fare il solito giro che facevo da due mesi per abituare la mamma a non farmi chiedere «Dove vai a quest’ora?». Stavo già per uscire quando mi ricordai che avevo dimenticato il bambino sulla bilancia. Mi sarei presa a schiaffi da sola. “Certe volte” pensai “ha ragione mamma quando dice che sono un po’ toccata.” Per fortuna lei non si era ancora alzata dalla sedia e lui ancora dormiva dove l’avevo lasciato. Avevo pensato di infilarlo in un sacco nero ma in quel momento pensai che era meglio quello trasparente, qualcuno anche all’ultimo momento poteva salvarlo. E anche per questo non chiusi il sacco, per fargli arrivare un po’ d’aria. A quel punto le buste erano tre, due nere e una trasparente, con lui che era grosso e pesante, a occhio e croce tre chili. Dissi a mamma che scendevo e scesi. Speravo di non svenire di nuovo perché sentivo le gambe molli. Era tardi e non incontrai nessuno nelle scale e per strada. Era veramente buio. La prima idea era quella di buttare le due buste nere nei cassonetti del cortile come al solito, e lasciare quella trasparente sotto casa di Debora,che mi aveva aiutata con l’enciclopedia. Però casa sua era lontana e io mi sentivo morire di stanchezza. Mi affrettai col pensiero fisso di tornare indietro per fare un bagno caldo e alla fine arrivai sotto casa di Debora che ha sempre le luci accese nelle stanze. In quel momento mi venne un’idea migliore: invece di metterlo nel cassonetto sopra sopra, lasciarlo sulla porta di Debora, suonare al campanello e scappare attenta a non farmi vedere da qualcuno sennò era tutto inutile. Debora poteva portarselo nella sua bella casa. Attraversai la strada per andare al portone e suonare il campanello, quando vidi comparire sulla soglia qualcuno che si muoveva. Sembrava un bambino rattrappito. Ero già troppo vicina per tornare indietro e riconobbi un nano, un nano strnamente vestito con una tuta da operaio. Feci finta di cercare un nome sul campanello.

«Sei l’amica di Debora?»

«Sì» dissi sorpresa.

«L’hai portato?»

Lo guardai smarrita.

«L’hai portato il moccioso?»

Risposi di sì.

«Allora andiamo» e si avviò nel portone.

Il nano mi camminava davanti, io non potevo far altro che seguirlo passo dopo passo. Scese le scale e bussò con le nocche a una porta. Ci aprì una signora enorme vestita di bianco con un piccolo cappello poggiato sui capelli rossi.

«Prego, prego entrate» e rideva. «Sai dove andare ma dov’è il bambino?»

Il nano si girò dalla mia parte e con gli occhi allucinati chiese: «Dov’è, già dov’è?».

Gli indicai la busta trasparente.

«Ma è matta, là dentro il bambino ci muore! Apri, apri subito» e i due mi strapparono la busta dalle mani. La donna aveva mani rapaci con unghie lunghissime e con quelle tagliò la plastica. Lui dormiva ancora nell’asciugamano. Un po’ meno grigio di qualche minuto prima.

«Eccolo» gridò la donna e cominciò a strapazzarlo. Lo passò al nano che lo guardò a lungo parlando basso basso e poi me lo ridiede. Ci avviammo lungo un corridoio sempre più stretto fino al passaggio di un’altra porta. Ero esausta e sentivo il peso del bambino. Passati dall’altra parte fui distratta dall’atmosfera, una luce chiara, i suoni ovattati, un rapido movimento di persone. Dov’ero finita? Sembrava a prima vista un grande laboratorio.

«Ecco il dottore» disse il nano e fece una capriola. Ci venne incontro un uomo massiccio. Portava due paia di occhiali, uno sulla testa, l’altro appeso al collo. Appena ci fu di fronte il bambino cominciò a piangere, lui allungò le braccia e con quelle mani pelose lo prese e cominciò a guardarlo, lo teneva alto sopra la testa e lo osservava in controluce. «Proprio fresco fresco eh! Fresco con quell’intestino libero eh?»

«Sì, sì dottore,» cominciò l’altro con la voce ancora più nasale «sì, sì fresco fresco come li vuole lei, non ha ancora mai mangiato, vero?» mi chiese.

« Solo un po’ di latte» risposi e per la prima volta cominciavo a chiedermi cosa significasse che non avesse mai mangiato, perché lui certo aveva bisogno di mangiare .

«No,» tuonò il dottore rivolto al nano «non deve mangiare, deve essere libero, si deve spurgare. Ti ho sempre detto che le madri non sono necessarie, servono solo a fare casino e a guastare i piani. Mettiamolo subito nella macchina ripulitrice così la smette di frignare, poi lo pesiamo e pensiamo che farne. In ogni modo, grosso com’è, ci sarà utile più dentro che fuori.»

«Sì, vado e poi mi libero della madre. Andiamo moccioso, che ti faccio passare la fame.»

Una fabbrica mi sembrava, una grande fabbrica asettica. Seguendo il nano e la donna passavamo accanto a grandi cubi bianchi con al centro una fessura e, sporgendomi, i cubi sembravano andare all’infinito. Arrivati accanto a una delle scatole la donna guardò dentro attraverso un quadrato di vetro, infilò le dita unghiate in un buco laterale e la scatola si aprì su un lato.

«Ecco la cuccia, piccino. Vedrai, qui ti passerà tutto e avrai tutto quello che ti serve.» Al centro della scatola un marsupio sospeso agganciato al soffitto, da cui scendevano tre lunghe cannucce colorate. Dietro il marsupio si intravedevano oggetti incomprensibili e una grossa spazzola. Il nano passò il bambino alla donna che lo infilò nudo dentro il marsupio, gli mise una cannuccia rossa in bocca, accese una lampadina gialla, spinse un grosso bottone e richiuse la porta.

«Fatto. Il moccioso è a posto, la temperatura è giusta, fra trenta secondi comincerà a dormire e si risveglierà grande in qualche altro posto del mondo. Il lavoro è finito e tu devi sparire e dimenticare. Pazza come sei, l’avresti lasciato morire di freddo e invece così…» e il nano si mise a ridacchiare e a parlare strano, ma così strano che mi venivano i brividi. Continuava a parlare trotterellando lungo il corridoio tornando verso la porta, io dietro mi sentivo angosciata ma approfittando del fatto che loro parlavano e ridevano avevo rallentato per guardare dentro le scatole. Dalla fessura, giusta per gli occhi, mi affacciai e vidi un bambino seduto su una poltroncina bianca, dormiva e aveva in bocca la cannula rossa, su di un lato uno strano giocattolo verde; più avanti ne vidi un altro sveglio senza cannula, giocava con la palla, al mio sguardo saltò di paura, forse aveva tre anni; più avanti mi fermai davanti a un piccolo, cioè piccolo ma più grande del mio, poi a uno che stava nel marsupio con la testa dritta, la cannula in bocca e un ago infilato in un braccio.

«Ma che fai, brutta stronza, stai guardando i mocciosi? Fai la curiosa, via di là, via, devi sparire e dimenticare questo posto, hai capito? Piccola e grassa infanticida, non puoi più pentirti, capito? Nessun pentimento è gradito. Quella è la porta, e da lì devi uscire senza voltarti mai. Via, togliti dai piedi!»

Feci finta di uscire, aprii la porta e mi nascosi in un vano, non riuscivo a uscire perché nella testa avevo tutti quei bambini, mi giravano intorno mi sorridevano e mi guardavano e anche il mio, perché quello che avevo lasciato era mio, mi guardava e rideva. Così piccolo già rideva. Ma allora a cosa servivano tutte quelle scatole, di chi erano tutti quei bambini e perché crescevano la dentro? La testa mi scoppiava, troppe cose stavano succedendo e io ero troppo sola. Dal mio spazio scuro tra la porta e il corridoio vedevo quasi metà dello stanzone e solo allora vidi come attorno alle scatole c’era un viavai di persone. Due, vestiti di bianco, erano vicinissimi e si fermarono a due passi da me.

«Il problema oggi è come smerciarli, stiamo rischiando molto dall’ultima uscita.»

«I contatti non funzionano più bene, dopo l’ultima retata che ha coinvolto i nostri amici della rete.»

«Imbecilli quelli, quanti ne abbiamo pronti?»

«Cinque sono maturi per le strade, hanno compiuto i sei anni e sono educati a parlare quanto serve; uno ha compiuto i tre ed è pronto per gli espianti.»

«Cosa serve?»

«Ci hanno richiesto i soliti reni e un fegato.»

«Quando lo operano?»

«Domani, il volo è pronto per le 9, accompagniamo i pezzi in Svizzera.»

«Attenti all’inceneritore, se sento la puzza vi chiudo l’impianto.»

«L’ultimo arrivato ha tre ore, è grosso e sano, lo mandiamo all’elemosina o ai nostri amici per una bella festa?»

I due se ne andarono, io me l’ero fatta addosso. Me l’ero fatta addosso dalla paura, come qualche ora fa, prima del parto. Quei due avevano parlato dei bambini come di polli d’allevamento, come i polli di nonno quando gli tirava il collo. Passarono tante ore e uscirono tutti spegnendo le luci. Uscii dal mio rifugio e andai ad aprire la scatola con dentro il mio bambino. Lo tirai fuori piano piano per non farlo piangere e quasi scivolavo sul pavimento per non farmi vedere quando mi ricordai dell’altro bambino che avevo visto prima, quello un po’ più grande del mio. E mi portai via pure quello. Quando arrivai a casa con quei due così grossi e pesanti che dormivano ero stanca morta. Li misi nel mio letto e andai finalmente in bagno. Rientrando nella mia camera vidi mia madre ai piedi del letto.

«Li ho trovati nel secchio della spazzatura, forse hanno fame» le dissi piano.

«Oh dio, che cretina, ieri sera ho dimenticato di comprare il latte. Gli facciamo una bella camomilla?»

Ero cosi’ stanca che mi venne da piangere.

Facebook Twitter Email