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“Anche un grande amore può morire di silenzio”

Io Donna

io-donnaNel suo ultimo romanzo Maria Pia Ammirati racconta la storia di una donna in fuga. Per allargare lo sguardo alla sempre più difficile relazione tra i sessi. E scoprire che è tempo di una nuova cultura dei sentimenti

Linda è una donna borghese e agiata di trent’anni. Ha una vita “bloccata”: un marito disamato troppo in fretta, un amante maturo ma fin troppo razionale. Un improvviso aborto fa crollare le strutture portanti della sua esistenza. Comincia una fuga: verso il Sud e l’universo delle passioni. Invece della libertà trova un uomo che la sequestra e la violenta. Ma dopo quell’abisso comincerà la sua rinascita, la piena consapevolezza, una nuova vita capace di dare altra vita. Ecco, in estrema sintesi, la trama di La danza del mondo (Mondadori), l’ultimo romanzo di Maria Pia Ammirati, scrittrice e giornalista, vicedirettore per il day time di Raiuno.

Perché, oggi, una donna sceglie di fuggire?
La donna adesso è il centro del complesso sistema in cui viviamo. Fino agli anni Settanta lo schema sociale-affettivo classico, con l’uomo capofamiglia-padre, ha retto. Nel giro di pochi anni, dopo le diverse rivoluzioni sociali e politiche, è cambiato tutto. Oggi le donne sono soggetti economicamente essenziali per un nucleo familiare, spesso più importanti degli uomini. In massima parte sono anche più acculturate. E l’incapacità propria degli uomini di metabolizzare questo mutamento, di capire che il loro ruolo non è più il perno di tutto, porta le donne ad abbandonare un modello che non è più il loro.

Infatti la sua eroina scappa, se ne va…
Se una giovane donna borghese e benestante decide di andarsene, di lasciare tutto, è proprio perché avverte sulla sua pelle una sensazione di intollerabile inautenticità della propria vita.

Banalissimo dirlo, la famiglia vive una crisi sconvolgente.
Le donne, più degli uomini, hanno scavallato le forme tradizionali familiari. Intorno a loro si creano nuove aggregazioni affettive. In questo terremoto generale, la madre resta il sistema centrale di mediazione di ogni sapere verso i figli. Ricordiamoci che un bambino veramente curato e amato dalla madre, nel segno della libertà e della crescita, sarà certamente un adulto risolto e capace, a sua volta, di riconoscere l’affetto. Di darlo e riceverlo.

Ma oggi molti uomini sono eccellenti padri…
Certo, indubbiamente la loro consapevolezza è diversa. Sono più avveduti e attenti. Quando sono nata io, l’uomo, il padre, usciva di casa per lavorare durante la settimana e la domenica per vedere gli amici, per andare a caccia… Oggi il panorama sociale è radicalmente diverso. Resta un pericolo, nei rapporti sentimentali. Cioè che i figli diventino l’elemento principale di unità di una coppia soprattutto per lo sbilanciamento affettivo delle donne nei loro riguardi. Anche perché spesso gli uomini, di fronte alla forza della maternità, arretrano.

C’è una via d’uscita, una strada per non buttare via tutto?
Sì, certo. Semplicemente il dialogo. Forse le donne oggi non sono ancora riuscite a comunicare ai loro uomini il senso di questi capovolgimenti, cioè il senso ultimo delle loro nuove esigenze. Manca una nuova cultura dei sentimenti, una capacità di spiegare cosa voglio io da te e di capire cosa vuoi tu da me. Probabilmente toccherà alle donne anche questo ennesimo sforzo: aprire un confronto. Gli amori muoiono di silenzio. Quando le parole si asciugano, scompaiono, allora finisce anche il sentimento. E quasi sempre finisce una famiglia, qualcosa che è stato molto felice. Una delle ragioni che mi hanno spinto a scrivere il romanzo è l’interesse per quel confine che separa un grande amore dalla sua fine. Ti ho profondamente amato fino a pochi giorni fa e oggi non ti amo più. Come e perché accade? Insomma: cosa accade quando arriva il disamore, l’indifferenza?

Linda trova paradossalmente una nuova vita dopo la violenza, lo stupro, la segregazione.
Perché? Perché la vita può anche essere violenta. Ma le donne riescono a proteggere la maternità anche dopo un oltraggio come un amore imposto. È un paradosso della vita portato alle estreme conseguenze.

Lei si sente una donna in fuga?
No, non mi sento così. Ma ciascuno di noi ha avuto, ha o avrà, almeno una volta, la tentazione di fuggire. Ed è bene che questa ipotetica via d’uscita resti a nostra disposizione. Magari solo intellettuale…

di Paolo Conit – IO DONNA – 08 maggio 2013


Elisabetta Rasi per Il sole24 (domenica)


 

Se tu fossi qui

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«CERCHIAMO di entrare nella morte a occhi aperti», scrive Marguerite Yourcenar, alla fine delle Memorie di Adriano. Essendo impreparato di fronte al pur ineluttabile evento, l’uomo moderno ha pe- rò rimosso il pensiero della morte. Del resto, per dirla con Jankélévitch, non ci si può preparare alla morte, poiché, «quali che siano le nostre precauzioni, la morte ci coglie sempre alla sprovvista». La nostra, soprattutto, ma può accadere anche per quella degli altri, per quella di chi divide con noi vita e affetti. «Papà, la mamma è ferma e fredda da un sacco di tempo, non risponde». La piccola Alice
nel terzo romanzo di Maria Pia Ammirati (Se tu fossi qui, Cairo, 160 pagi- ne, 12 euro), in una mattina di giugno, annunzia al padre Matteo qualcosa di imprevisto, di indicibile. Una morte improvvisa a 36 anni, senza preavviso, se non le terribili emicranie di cui Luisa soffriva da qualche tempo. Qualunque destino (dice Borges) per lungo o complicato che sia, può risolversi in realtà in un solo momento: quello in cui l’uomo intuisce per sempre chi è. Capita anche a Matteo: «Sotto il seno il cuore non batteva più, semplicemente lei non c’era più». L’evento travolge la sua esistenza, si allarga a macchia d’olio fino a colpire quella degli altri protagonisti di una storia improvvisamente tragica: le figlie, i genitori, la cogna- ta, il fratello, la cerchia degli amici.Matteo attraversa tutte le fasi del primo lutto nel tempo veloce e atroce che si conclude con il funerale di Luisa. Dinanzi a quella «serpe strisciante» che è la morte assurda e inattesa della moglie, si dispera, cerca di dimenticare e poi inizia un difficile percorso di conoscenza dentro di sé, «si trattava di ristabilire un ritmo quotidiano senza farsi travolgere dal destino, bisognava rapidamente abituarsi ad un’altra vita, una vita nuova dove Luisa andava sostituita». Ma quanto conosce e riconosce nei segni che ha lasciato la moglie scomparsa, quanto davvero quel decesso è stato imprevedibile? C’è un cellulare chevero deus ex machina di tante storie sentimentali della post-modernità è un deposito di segreti inconfessati con uno scenario nuovo e inatteso: Luisa aveva un amico, forse un amante che continua a inviare messaggini denunziando un’antica intimità in cui la malattia della donna (mai rivelata al marito) occupa un posto centrale. E dal passato remoto di lei affiora un altro segreto che coinvolge la coppia dei suoi più cari amici.

Se tu fossi qui racconta l’affannata corsa all’indietro alla ricerca di una difficile, complessa verità, come un thriller dell’anima in cui l’assassino è quel velo di incomprensione e di solitudine che può avvolgere anche i rapporti più forti e quotidiani. «Luisa mi sgusciava di mano come un’anguilla, la sua vita era zeppa di meandri sconosciuti, di pieghe impreviste». Una scrittura scabra ed essenziale, quella della Ammirati, tagliente come un rasoio (nelle pagine più belle, come l’incontro con l’impiegato delle pompe funebri o l’altro con l’amico di Luisa), in un diario del disagio e della perdita dalla lancinante perentorietà. – RENATO MINORE

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